**SINFOROSA**
CI HANNO SEMPRE VOLUTI BIANCHI (Ray)

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Postato alle 08:26 di sabato, 04 luglio 2009
da: [Sinforosa72]
Domattina si parte per le vacanze.......PARIGI
si torna il 15, dieci giorni di città, musei, fiume, luci....

siate buoni
fratellino tieni in ordine tu? cambia l'aria e bagna i "gerani virtuali", per piacere ^_^

a presto!!

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Postato alle 18:56 di mercoledì, 01 luglio 2009
da: [Sinforosa72]
asiloLe maestre invecchiano in estate.
"Ci vediamo l'anno prossimo..!" passano solo due mesi, ma noi ragioniamo in anni scolastici e a settembre ne inizia un altro. L'estate ci vede invecchiare e i bambini in due mesi crescono, liberi, con meno regole e con un po' di sole si trasformano, li vediamo molto più alti, più scuri e con i capelli lunghi, li vediamo più sicuri di loro stessi, più monelli, più dispettosi, l'estate ci aggiunge un anno sulle spalle, anche chi compie gli anni a gennaio, invecchia molto tra luglio e agosto..A settembre le maestre sono nuove. Se devono fare dei cambiamenti ne approfittano, taglio nuovo, colore di capelli, piercing, chi non fuma comincia, chi fuma smette. L'estate è un tempo accelerato che contiene molte cose, un tempo pressato. E i bambini che cambiano scuola, che passano a quella successiva abbracciano molto e si fanno scappare una lacrima. Stefano mi ha baciato a lungo l'ultimo giorno, e la mamma gli chiedeva "Ma non saluti le altre maestre?" ma tra noi c'era una cosa particolare, le mie colleghe non se la prendono affatto, ognuno di noi ha i suoi piccoli ammiratori, bambini che hanno iniziato ad amarci follemente il primo giorno quando se ne stavano in un angolo impauriti e con il cuore che trema, e non hanno smesso più. Una sorta di imprinting emotivo. Scappano lacrime alle mamme e alle nonne. Non se ne vanno mai del tutto, il paese è piccolo e si rimane la loro maestra per tutta la vita, si è la maestra di tutti, nessuno escluso, si conoscono talmente bene quando ancora sono molli come plastilina, ancora da formare, ancora intatti. Ho la fortuna di continuare a vederli, di sapere come vanno a scuola, se sono studiosi o se sono fannulloni, di sapere i loro primi amori, li vedo quando crescono i seni e le spalle, quando cambiano la voce, non li perdo, li vedo fare danza e giocare a pallone, e se fanno una band musicale e loro si fanno volentieri scompigliare i capelli. La prima classe che ho avuto sta per fare terza media. Sono cose..
Oggi ho ricevuto dei fiori, proprio con la fiorista tutta accaldata e il camioncino, con tutti i crismi. Non ricevevo fiori a casa dalla mia prima comunione, mi sono emozionata.
C'era un bigliettino azzurro con una scrittura tremolante era Ale, che ringraziava di averlo amato, proprio a me. E' già bello quando ti ringraziano di avere amato, non capita quasi mai, in nessun genere di amore, ed invece bisognerebbe.
Alla festa di Emma c'era un sacco di gente, bambini di varie età, cugini e fratelli, c'era S. fratello di.
Siamo legati, siamo in confidenza, amici di famiglia.
Mi prendeva in giro bonario, perchè li metto in fila, perchè quando ne ho sotto mano una ventina, non posso non fare il mio lavoro, li sgrido se si spingono, se dicono le parolacce, faccio il cane da pastore, li organizzo.
L'ho minacciato. Gli ho detto: "Se non la smetti di prendermi in giro racconto a tutti che ti pulivo il sederino quando eri piccolo!!"
S. sta zitto per un attimo, mi pare che stia riflettendo, e poi dice: "Sì, ma lo pulivi anche a tutti loro!!".
Si sono messi tutti a ridere e annuivano ed è proprio così.

nella foto Sinforosa all'asilo. 1977

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Postato alle 18:17 di mercoledì, 24 giugno 2009
da: [Sinforosa72]
img_4368e7156ceac"Ingrid mi fai impazzire"

Nel traffico vicino al mare, la testa piena di pensieri da casco, come le api delle giostrine dei bambini, tutti appesi tra i capelli e la visiera, in mezzo agli occhi.
Il vento mi strisciava sul viso, vento fatto di sale.
La moto andava da sola e io mi aggrappavo a ciò che vedevo, Genova ai lati della strada apriva le sue ali di cemento e di pietra e si lasciava spalancare.
Non avevo nessun posto dove andare, niente da sapere o da raggiungere, andavo avanti e indietro lungo la strada, Genova lingua che non smette di parlare, muri vicini e zampe di gatto, manifesti pubblicitari, brandelli di foto di modelle aggressive. Luci anche di giorno.
Niente fame, sempre così avanti e indietro, lo stomaco pieno di odori, olio di porto, asfalto che vibra di luce piatta, Genova mi guarda ma mi lascia andare, sono io che l'aspetto e la frugo. Nei buchi di tutte le serrature, in fondo ai tombini, accatastata su se stessa, il vecchio sopra il nuovo, traballano i tavolini e le gambe sotto, pietre in fila. Guardo Genova e lei si stanca mi chiude in faccia le sue persiane, Genova srotolata, tappeto magico che riempie le mie giornate.
Genova è piena di scritte, tatuaggi di protesta e d'amore, su una via laterale, su un palazzo nudo, senza stucco, intonaco chiaro, il cuore si paralizza.
"Ingrid mi fai impazzire".
Fui costretto a fermarmi, forse volevo solo un pretesto per smettere di correre, trovare un motivo. Una scritta di vernice nera, con intorno segni di tuono, esclamazioni, un amore imperioso, volitivo. Un amore sensuale e ricambiato, ma pieno di minaccia, geloso.
Dovevo respirare.
Mi avvicinai, il muro caldo di sole ci misi sopra le mani. Forse mi aspettavo che mi attraversasse l'energia di chi l'aveva scritto, forse cercavo un riflesso di quell'amore, forse cercavo l'immagine di Ingrid. Sensuale, spettinata. Il suo cuore che batte, sotto le mie dita. La sua pelle. Ingrid che si muove tra lenzuola bianche, il suo petto di farfalla, Ingrid languida che apre una finestra e respira la mia stessa città.
Avrei potuto andarmene, salire sulla moto, lasciarmi disperdere e poi entrare in un portone, togliermi le scarpe, mettermi a urlare, magari ero ancora in tempo. Magari no. Ingrid esisteva, qualcun altro l'amava e accarezzava il suo corpo e aveva voluto dimostrarglielo divorando un muro di Genova con le sue parole. E io non ero niente al confronto, ero solo uno spettatore, uno più attento degli altri che si era accorto di loro ma non poteva certo farne parte.
Un povero illuso insomma, era tutto talmente assurdo che mi veniva da piangere, nessuna luna sarebbe stata disposta ad accogliere il mio senno.
Avrei aspettato, magari lui sarebbe venuto per guardare la scritta o per scrivere ancora e io l'avrei seguito e magari di sfuggita avrei sentito il profumo di Ingrid che di sicuro quell'uomo si portava addosso come una seconda pelle. O forse sarebbe venuta Ingrid per scrivere una risposta o solo per ammirare la sua frase d'amore, per sentirsi desiderata e lasciarsi accarezzare dalle parole nere e io avrei potuto guardarla negli occhi, raccontarle di un sogno fatto da bambino, regalarle un fiore qualsiasi o un gelato, avrei potuto darle un biglietto o allacciarla alla vita e farla salire sulla moto, non lasciarla più, cantare per lei le storie afone delle conchiglie, farle l'amore, ascoltarla dormire appollaiato tra i suoi sogni.
Aspettai un giorno e una notte, seduto contro il muro nel viavai delle persone, a guardare i passi di tutti fino all'angolo, tutti avrebbero potuto essere Ingrid, gonne leggere nel vento, pantaloni a fiori.
Ingrid mi svegliò la mattina dopo, abitava nel palazzo di fronte e aveva visto  dalla sua finestra che ero stato lì tutta la notte, mi portò la focaccia e un thermos di caffè, l'odore di buono mi fece bene. Ingrid era davvero bellissima, piccola e con la pelle segnata da una bella vita, bei capelli bianchi lunghi fino alle spalle, una perla ad un orecchio e un delfino d'oro dall'altra parte.
Aveva 83 anni e un sorriso lieve. Mi feci raccontare tutta la storia tenendole la mano, tornavo bambino. Lei non mi fece molte domande, si vedeva che le piaceva raccontare quell'amore, che finì presto, finì subito, una stagione persa per sempre e questo mi fece precipitare il cuore, diventai di gelatina. Ma la scritta non se ne andò mai, dopo mezzo secolo di pioggia e di sole, dopo infiniti temporali, sempre lì a ricordarle chi l'aveva amata e l'aveva tenuta stretta a sè. Poi se ne andò rapida, attraversò la strada e sparì nel suo portone, un saluto con la mano, un po' di commozione forse.
Appoggiai le labbra al muro e ne trattenni il calore.

il quadro: Alessandro Papetti "Il ventre della città"

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Postato alle 09:11 di sabato, 20 giugno 2009
da: [Sinforosa72]
fulmineSi chiamava Fulmine.
Fulmine, il nome della ribellione, il nome dato dalle colline, il nome rosso, gli rimase fino alla morte. Tutti lo chiamavano così. E anche io.
Era un amico dei miei Fulmine, era un uomo bello e fiero, con una parlata strascicata e che sapeva di metallo, somigliava a Burt Lancaster in "Da qui all'eternità", almeno secondo me.
Imparai fin da piccola che bisognava trattarlo con cautela perchè era stato partigiano, aveva diritto a un rispetto particolare, da un momento all'altro lo sguardo prendeva a lampeggiargli, diventava blu e puzzava di zolfo, cominciava a raccontare.
Gli piacevo, io ero l'uditorio ideale, intrisa di Fenoglio e nell'età in cui è facile mitizzare e si ha bisogno di vedere tutto dello stesso colore e che sia una tinta forte, mi scrollava per la spalla e mi portava via con la sua voce. Io l'ho amato quest'uomo ma mi faceva anche paura, ed è il sentimento che la gente aveva per i partigiani, mia nonna quando c'era Fulmine si volatilizzava dalla cucina, per un contadino privarsi delle galline per darle ai tedeschi o per darle ai partigiani non era poi così diverso, qualcuno che irrompeva nell'aia, che a rotta di collo si faceva la collina graffiandosi con i rovi, chi sono? si guardava dal balcone, si avvertiva gli altri, si mettevano lenzuola stese bianche se erano partigiani, blu se erano i vecchi padroni. Ma si aveva terrore di tutto, anche se si sapeva qual 'era la parte giusta, si sapeva da che parte stare, si sapeva dove si stava andando.
Come tutta la storia dall'inizio alla fine niente è giusto o sbagliato del tutto, ci sono cose buone che si trasformano in dittature, ci sono i ribelli che giocano a fare gli assassini, l'emergenza cava fuori il sadismo represso. I partigiani ci hanno restituito la libertà, a tutti, ognuno di noi, grazie a Fulmine io ho potuto nevroticizzarmi avere problemi esistenziali idioti, cazzeggiare e poi avere la forza di superarmi e lottare per tirare avanti una famiglia come quelle che non esistono più. Fulmine sta all'origine di ognuno di noi. E chi in pubblico fa il saluto romano, non lo sa di certo. Però è tutto molto complicato e io non ho più lo stesso sguardo rapito che avevo quando lo ascoltavo, io ai miti non credo più, amo sapere la verità ma so che niente è bianco e nero, tutto terribilmente grigio.
Me l'ha insegnato Fulmine. Fulmine che c'era al mio matrimonio. Alto e dinoccolato e con gli occhi che fuggivano dalla chiesa, la tosse delle forre a cui seguiva l'eco tremolante delle candele. Fulmine che per le nozze mi regalò due scale. Rosse. Una più piccola e una più grande. Mi sembrò un regalo speciale.
Una sera a cena a casa mia, dopo la robiola con la frittata di mia madre, quando proprio ti sentivi felice di essere al mondo, mi prese per la spalla e mi raccontò a voce bassa. Erano un gruppetto di ragazzi, alla cima di un collinetta ad aspettare, nello scazzo d'afa, nelle ore quando non passano mai e hai bisogno d'inventarti delle cose.
Perchè non sempre c'erano sventolare di bandiere e donne col fazzoletto al collo che rubavano informazioni preziosissime, c'erano anche odi tra cascine che con la scusa della ribellione si potevano vendicare, c'era ignoranza e stupidità allora, come oggi, come sempre. E anche i migliori sono capaci di tradire. Anche gli eroi sono povera gente capace di diventare orribile appena la luce si sposta dal loro viso e i riflettori si spostano su qualcun altro.
Giocherellando con le zolle di terra, fili d'erba a marcire in bocca, videro arrivare un'auto nemica, un soldato a bordo che stava andando chissà dove.
Un ragazzo come loro, con lo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore.
Le mani di lui sul volante, il sole che illumina il quadrante di un orologio da polso. Qualcuno fa fuoco. Non ho voluto sapere se fosse stato Fulmine o qualcuno vicino a lui.
L'uomo morì sul colpo, si fracassò sul volante, un mare di sangue in cui galleggiava un corpo.
Corsero giù a vedere, un uomo morto per il suo orologio.
Ma l'orologio si era rotto, scheggiato, inservibile.
Si corse di nuovo via, come lepri.
Verso la gloria, figli di nessuno. Un giorno qualunque perso nella storia di ognuno di noi.
A Fulmine non tremava la voce, era sempre la stessa voce che conoscevo bene, non chiese scusa a nessuno per quel giorno, non chiese scusa a se stesso.
Ma quel giorno io lo guardai più a lungo, e mi sentii improvvisamente più adulta, e smisi per sempre di credere alle fate, e smisi di credere agli eroi, e smisi di credere alla purezza, e seppi che la terra di Fenoglio sotto la crosta di sangue che la copriva nascondeva segreti e vergogne. Gli presi io la spalla per una volta, avrò avuto 10 anni, gli riempii di nuovo il bicchiere di vino e parlammo ancora.
Ora io vorrei avere paura che tutto possa cambiare, ma vorrei avere la certezza di sapere dove sto andando, vorrei avere questo timore reverenziale che si deve avere per tutte le cose grandi, per le cose più grandi di noi, ma vorrei sapere dove sta la verità, vorrei davvero sapere qual è la parte giusta.
Fulmine poi morì, una decina d'anni fa, e sul manifesto listato tricolore c'era proprio il suo nome di battaglia che oscurava il nome di battesimo, c'era la sua fetta di gloria eterna, morì vecchio e malandato ma con lo sguardo di zolfo, d'altronde chi non ha macchie nell'anima?
In qualche maniera mi ha rubato un sogno, quella sera piansi molto e mia madre non riusciva a consolarmi, ma poi ho capito che Fulmine mi regalò la capacità di andare più a fondo, che la storia non è fatta solo di date e battaglie ma di gente qualunque che si porta dietro il fardello enorme della sua storia personale, dei suoi malumori e dei suoi problemi. Che tra le pagine della Storia c'è la storia piccola di tutti, la croce di ognuno, la propria dose di vergona e di fallimento, le colline mai superate, le notti passate a piangere o a ricordare, le zone oscure. Ecco.


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Postato alle 18:50 di mercoledì, 17 giugno 2009
da: [Sinforosa72]
ed ecco a voi la risoluzione del test-
La scelta del colore ed i relativi aggettivi sono la percezione che voi avete di voi stessi

Mentre la scelta dell'animale e relativi tre aggettivi è la vostra percezione degli altri.

La scelta del bacino d'acqua è il vostro atteggiamento nei confronti della sessualità

ed infine le sensazioni di fronte alla camera bianca sono i vostri sentimenti nei confronti della morte.
Nei commenti riflessioni personalizzate.
E' stato bello, soprattutto con le persone che conosco un po' confrontare le mie idee con le cose immediate che avete scritto.
Grazie a tutti!

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Postato alle 20:40 di sabato, 13 giugno 2009
da: [Sinforosa72]
UN GIOCO PSICOLOGICO, introspettivo, IDEATO DA jUNG, mica bazzeccole..
rispondete tutti, di getto e in piena libertà, poi ragioniamo insieme.

Dunque:
Ditemi un colore. Un colore qualsiasi.

Ed ora tre aggettivi per descrivere, secondo voi, questo colore.

Ora ditemi il nome di un animale qualsiasi.

E poi dite tre aggettivi che definiscano l'animale scelto.

Ora scrivete il nome di un bacino d'acqua.

E i soliti tre aggettivi per descriverlo.

A questo punto immaginate di essere in una stanza, ha le pareti tutte bianche e non ci sono nè porte nè finestre, ditemi che sensazione vi dà questa stanza.

Ok fine grazie, attendo fiduciosa.

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Postato alle 21:44 di giovedì, 11 giugno 2009
da: [Sinforosa72]
oracoli improvvisati

Evidentemente l'amore è sempre attuale. Fora le epoche e le oltrepassa. Bisogna incoraggiarlo sempre, mai ucciderlo. E' la cosa che regola e olia gli ingranaggi del mondo. E' sensazionale.

Nell'amore non v'è mollezza. E' rivoluzione, resistenza, impegno e costanza, roba da veri comunisti.


(letto da qualche parte)

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Postato alle 07:47 di martedì, 09 giugno 2009
da: [Sinforosa72]
alberoNon ho più una foto che mi somigli.
E l'ho cercata.
Ho passato più di vent'anni della mia vita a lottare con il mio corpo, a toccarlo disgustata davanti allo specchio. Non è affatto una bella sensazione, disgustare i propri occhi. Poi sono dimagrita, la prima volta quindici anni fa e ho cominciato a non riconoscermi. Se la mente non è capace di registrare i cambiamenti è un problema, passavo davanti allo specchio e non mi vedevo per come realmente ero ma per come ero registrata nella mia mente-pozzo. Che poi si può avere un problema più effimero e dedicargli così tanta attenzione ed energia? Vabè, non esistono problemi di serie A e problemi di serie B ogni fuffa mentale ha la sua dignità, ognuno ha i casi suoi. Quando mi sono abituata al cambiamento mi sono resa conto che ero ancora grassa. Diciamo le cose con il loro nome. Se uno non si ama nemmeno si rispetta e comincia a maltrattarsi, al suo corpo fa di tutto, lo fa mangiare, lo affama, lo fa vomitare, lo tiene a stecchetto, lo brancica con le dita fino a lasciarci i segni, ci piange sopra, gli urla contro e così via.
Poi scopre che sono passati una marea di anni, che si è giunti all'età della ragione, più o meno, e si va dal dietologo. Che sorride e ti dice "secondo me sei carina così" . E basta questo a far sentire che non è questione di vita o di morte dimagrire ma che si può fare con calma e sangue freddo. Inutile dire che a quest'uomo voglio molto bene, un trasfert..E zac in qualche mese altri 12 kg. E adesso però io chi sono? Ho avuto questo ruolo della grassa fisica e mentale per tutti gli anni della mia crescita, ne ho fatto la fonte di tutti i miei guai, ci ho visto il rapporto con la madre e col padre e col fratello, ci ho visto la vita e la morte. E ora il problema non esiste più?
e io come faccio?
dove lo trovo un altro problema-capestro in cui identificarmi? perchè non si può mica stare bene, così di colpo...provoca squilibri e scompensi. Ora mi guardo allo specchio (e ridagli con lo specchio, forse dovrei murarli tutti e fine così) sto corpo qua lo trovo buffo da matti, lo pizzico e trovo un po' di pelluccia poco elastica, sotto la pelle direttamente le ossa perchè i muscoli non so neanche cosa siano, un corpo stranissimo diciamo, con un busticino, tettucce, e i fianchi che nascondevo con la maglia arrotolata? dove sono finita?
chi sei tu con questa faccia qua??
somiglio tremendamente a mia madre, almeno questo ormai è assodato.
non mi sento albero ma nemmeno fiore, mi sento gramigna.
non so se mi sento bella, credevo, perdendo tutto questo peso, di tirare fuori la sirena che giaceva sul fondo pietroso di me, invece mi faccio un po' ridere, mi trovo simpatica. Ma non riesco a collegarmi in nessuna maniera a me stessa. Io rimango grassa nella mente, una grassa bisbetica e incazzata, una grassa che nessuno guardava, una grassa in un maglione a collo alto, con gli occhiali spessi e i capelli stopposi. Io mi vedo così, maledetti specchi.
E a questa qua che mi guarda ora, che si riflette dove una volta stavo io, faccio le boccacce e scappo via.


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Postato alle 18:20 di lunedì, 01 giugno 2009
da: [Sinforosa72]
LosoLOSO

La nostra casa era vicino alla stazione, si sentivano i treni di notte e qualche fischio distante, dalle finestre in alto si vedevano i binari curvare verso il Cimitero, e. Era al fondo di una strada cieca,che non andava in nessun luogo e finiva con un muro di mattoni che si portava dentro incastonato un mondo sommerso, sparito nell'arenaria e nel rosso della terra. Ora altri occhi saranno appiccicati agli stessi vetri, altre mani toccheranno le porte e i muri, ma io non so che darei per guardare ancora una volta in quella direzione, affacciarmi ai balconi e vedere ciò che vedevo. Avevamo un ciliegio che era solo mio, che spruzzava resina ovunque e pidocchi appiccicosi ma sapeva guardare e sapeva vedere. E ortensie bianche.
Tutti i posti si raggiungevano a piedi, e la città aveva siepi di lauro piene di ragni, e alberi decorativi che fiorivano una settimana all'anno di rosa e bianco e piene di uccelli, io ero una bambina buona, che stava sempre con i grandi, e non dava alcun disturbo, occupava un posto invisibile e stretto, aveva occhi grandi e poche parole, una bambina in ascolto, tutta memoria. Lei stava con me, mi portava ovunque, lei che bambina non era quasi più e molto le era stato portato via dalle liti e dai cambi di casa, dagli avvocati che si spartiscono un matrimonio tra genitori, che non è mai affare di bambini, se non per la ferita che apre nel cuore e che lo fa seccare presto. Più presto del solito. Finchè arrivò da me, a casa dei nonni, vicino alla stazione, dove ero sempre stata, e si occupò di me facendo finta che fossi lei, e facendomi felice come lei non aveva avuto tempo di essere. Io la guardavo viziarmi e coccolarmi, la guardavo mentre mi cantava e mi vestiva, mentre mi mangiava, la guardavo e nel frattempo ero lontana su una nuvola privata di zucchero filato e bava di lumaca,con la testa tra le ginocchia e una melodia tatuata sulle labbra, che mi cullava e mi teneva compagnia, una nuvola privata su cui nè lei, nè nessuno avrebbe mai potuto salire. Ma la osservavo mentre mi rimbalzava attorno, mentre mi dava quello che avrebbe voluto e nondimeno le tendevo la manina, che non avesse più paura, che mi raccontasse di notti estranee di luce di strada e fessure di finestre, notti che io avevo dormito al fondo del letto della mamma e lei aveva dormito da sola. Mai nessuno che ci sognasse abbracciate.
Un giorno facevamo una passeggiata e io avevo tre anni. Lei 15 e i jeans e i capelli a coda di cavallo. Trecce nel caldo di luglio io e il dito in bocca. Pochi passi ed eravamo sul selciato lucido, l'aria che vibrava, avevo una gonna a righe bianche e rosse e un cappello di paglia, e camminavo veloce e senza capricci, non ho mai capito come si facesseo i capricci, non mi facevo tirare, non chiedevo niente, la sua mano e la sua ombra vicina e grande si allungava sulla mia, era bello vedere le nostre ombre, prima vicine e poi lontane, prendere forme diverse, che quasi non ci assomigliavano più e si confondevano.
Davanti al negozio di giocattoli rallentai un poco, il signor Tagini con la sua testa d'argento e gli occhiali spessi grandi come fanali, sbirciava dalla porta e l'odore della plastica delle Barbie arrivava vicino al naso. E cigolio di cavalli a dondolo. Lei mi spinse dentro nella penombra fresca di quel regno, e da dentro io guardavo fuori e la città sembrava nuova e sconosciuta da quella angolazione, vista attraverso la vetrina. Mi comprò un passeggino per le bambole, a righe bianche e rosse, come la mia gonna. Era il passeggino che volevo e non l'avevo nemmeno detto. E questo era talmente bello che mi asciugò tutte le parole che avrei voluto dire. E poi lei mi disse che ci voleva una bambola da metterci dentro e da portare a spasso. Come lei portava a spasso me. E mi strizzò l'occhio.
Le bambole. Nessuna bambola mi piaceva, nessuna bambola sembrava noi due che camminavamo vicine sotto i portici di questo nostro mondo piccolo e familiare. Fu allora che vidi Loso in alto su uno scaffale, si trovava in alto su uno scaffale qualunque del negozio di Tagini quando ancora non era mio. Ancora non si chiamava così. Non sapevo ancora dire "l'orso" e il suo nome fu Loso. Era un orsetto di pezza, di quelli di una volta, che non sono quelli di adesso, non era così morbido e bello, ma io lo amai subito, per il suo muso bianco che sembrava sporco di gelato, perchè era ispido e ruvido come me in fondo. Chiesi quello e lei si mise a ridere. Sarei stata l'unica bambina con un orso nel passeggino. Dopo due minuti eravamo fuori, il signor Tagini che ci salutava con la mano, riverbero di vetri della porta si allungavano sui ciottoli. I lampioni quasi accesi.
Loso è sempre qui, non me ne sono mai separata, è invecchiato e un po' sporco, e ormai ha perso il suo passeggino e se ne sta in mezzo ai libri, l'ho portato con me ovunque, l'ho stretto tante notti e qualche volta ha dormito con mia figlia nelle occasioni speciali. Lei, lo ricorderà senz'altro, o magari sono io che lo ricordo per lei, sono io che amo il nostro ricordo al posto suo.
In pochi passi eravamo di nuovo nel nostro nido in prestito, e tutto era in ordine, la cena, il nostro letto marrone con la testiera a cuore, a casa quel giorno eravamo due bambine felici, ognuna con il suo giocattolo.

(l'immagine: scanner di Loso)



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Postato alle 14:53 di sabato, 30 maggio 2009
da: [Sinforosa72]
wildtLe rose sono solo "arwey"*e anche io...

Le rose, un tempo non mi piacevano, i miei vicini di casa coltivavano solo rose e io mi chiedevo se, con tutti i fiori del mondo, possibile che non avessere voglia di sperimentarne altri nel loro giardino? Invece ora ne vorrei piantare anche nei ritagli di terra, ne possiedo di tutti i tipi e di tutte le specie. Il perchè è molto semplice, hanno il loro carattere le rose, sono belle e complesse, hanno mille strati e un cuore nascosto, ma alla fine non sono altro che arwey o rovi insomma. Alle rose puoi fare qualunque cosa che loro buttano sempre fuori germogli, tartassale di pioggia, grandine o di sole a picco e loro tah-da altra fogliolina, altro bocciolo. Potature a casaccio perchè io sono una principiante, vermetti verdi che si mangiano le foglie più tenere, pidocchi, prendono qualunque cosa, e fioriscono lo stesso, irte di spine. Io mi sento così dopotutto, un arbusto, una teppa di fiume ma dall'aspetto coltivato, oppure una persona ricca di pieghe, profonda ma che sotto sotto non è altro che una spinosa creatura, posso tagliare tutti i rami in ogni stagione ed ecco che me ne creo altri, ancora più articolati, ancora più complessi. Una Sinforosa precisamente. A me piace andare lì vicino con la cesta e le cesoie, mi piace guardare i petali che cadono finchè resta lo scheletro del fiore e poi reciderlo, e vedere due giorni esatti dopo il nuovo che viene, il nuovo che si prende il posto che gli spetta. Le tocco sempre senza guanti e mi graffio va bene così, se non bado troppo alle spine, le spine stanno attente a non ferirmi troppo, se invece  faccio gimcana tra le foglie arrivo in fondo con scie di sangue sulel dita. Bisogna fidarsi di loro. La mia preferita al momento è l'ultima arrivata, fragilissima, con il legno ancora tenero e molle, giallo limone, proprio davanti alla porta sul retro della casa..ma la regina indiscussa di tutte le rose ce l'ho nel vialetto ed è rosso porpora, era già qua prima di me, ha un vero tronco che sorregge mille rami grossi come braccia, incolume passa attraverso gli strali dell'inverno, attraverso sibili di caldo, e fiorisce per me soltanto.

*arwey: rovi piccoli
gurey: rovi grandi   ovviamente credo che la scrittura corretta non sia così americanizzata, ma pazienza, io me li immagino scritti così.
ah la foto dimenticavo, la foto non c'entra moltissimo o magari sì, nella mia mente funziona. E' un ritaglio di statua di Adolfo Wildt e c'entra sempre.
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