**SINFOROSA**
UN LEMBO SGUALCITO E' PUR SEMPRE BANDIERA (Ray) E lettere faccio i miei occhi sì che tu li possa guardare leggendo. Occhi bianchi di foglio, ciglia nere di tratto. (Rottamieviolini)

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Postato alle 12:16 di sabato, 21 novembre 2009
da: [Sinforosa72]
Emma ed io alla cassa del supermercato.
Subito prima di noi ci sono due ragazzini, lei insomma è una biondina un po' slavata ma con un certo tono nella postura, la borsetta stretta nelle mani per il manico, come una donna grande, i capelli un po' sugli occhi. Ma lui non mi frega, di anni ne ha 16, non uno di più. Molti riccioli scuri e lunghi, dei begli occhi neri, sorridenti. Si spingono un pochino e ridono. Hanno comprato due cose e le hanno messe davanti alla cassiera, una scatola di preservativi e un ovetto kinder.
Io come al solito guardo troppo e finirà che qualcuno mi aspetta fuori e mi dà una mano di botte, ma di sicuro non questa volta, loro si vogliono bene non hanno altro per la testa, mi godo il loro calore candido che mi arriva proprio vicino.
Poi notano Emma. Si scambiano uno sguardo.
E girano al contrario i preservativi, non che si possano coprire molto, e non certo con l'ovetto kinder. Si mettono con il corpo un po' di traverso sulla cassa perchè Emma, che è una bambina, non li veda.
Ma Emma, come tutti sanno, è una bambina speciale e cosa sono i preservativi lo sa da quando aveva due anni quando chiese direttamente al farmacista, e tutto tollera e pressochè tutto capisce, quindi mi tira per la manica e mi dice all'orecchio: "Mamma hai visto cosa hanno comprato quei due oltre ai preservativi?un ovetto! ma non sono troppo grandi per queste cose?!"
Io le rispondo spintonandola con lo stesso amore di quei due, solo molto più duraturo...e le dico che non c'è età per il cioccolato!

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Postato alle 18:56 di martedì, 17 novembre 2009
da: [Sinforosa72]
papettiMagari scrivo

Magari scrivo, qui sotto questo lampione di luce quasi rossa, mi cerco la coda con la bocca, cane senza più ombra.
Scrivo di come stanotte il cuore non la voleva smettere di tuonare e di tutte le volte che l'ho raccolto con le mani e l'ho guardato baluginare sulle onde del suo stesso sangue, dal moto apparente.
Magari scrivo di come la testa sia piena di mosche che muoiono e rinascono larve, ma non la smettono di ronzare, di come sia fredda la bava di cuscino, mentre il fiato si arrochisce. Nemmeno un incubo orfano a portarmi, come un dono sbagliato a mia madre e alle sue orbite cave.
La cerco.
Guardandomi allo specchio, e la trovo appena dietro agli occhi, i miei lineamenti cancellati dai suoi sovrapposti e mi vedo bellissima quando mi vedo lei.
La notte, nera di lavagna, le mie unghie di gesso striature sul viso.
Magari scrivo di come aspetto, e intorno mille coltelli di nebbia, appena, già abbastanza, soltanto.
Magari scrivo di come stanotte mi tenevo le mani sul petto, piccole croci d'ossa e un nodo tra le gambe strette, mi ricorda di non dimenticarmi, come fosse un fazzoletto.
Magari scrivo di come stavo rannicchiata su un fianco, un calco tra la lava di me deriva, l'orlo dell'anima stretto tra i denti perchè non faccia troppo male mentre mi svuoto dentro e metto tutto da parte.
Magari scrivo.
Della paura di vedere tutto bianco, o di vedere ancora, anche dopo aver chiuso gli occhi. Magari scrivo del gelo dei ricordi che si affanano dentro e del mio corpo privo di fasce nella sua culla ricoperta di spilli.
Nuda attesa, senza bagliori, stridente.

il quadro Studio di nudo Alessandro Papetti
dedicato a Susan




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Postato alle 17:20 di venerdì, 13 novembre 2009
da: [Sinforosa72]
termometroGATTAMORTA

Succede che un bambino ha la febbre. Un 38. Niente di eclatante.
Succede subito dopo che telefono a sua madre per avvertirla e lei mi dice che sì farà il possibile per venirselo a prendere ma è a Torino e ci metterà un po' di tempo. Nessun problema, io-gentile.
Nel frattempo finisce il mio turno e lascio disposizioni che, ahimè, non vengono eseguite.
E dopo un po', durante il mio pomeriggio e con la mente altrove, ricevo la telefonata della mia collerica-collega, inviperita perchè ha altercato con la mamma del febbrino. Non vedendola arrivare la collerica la richiama al maledetto cellulare, con fare scocciato. La madre arriva a scuola trafelata e urla che aveva avvertito che occorreva tempo e non è una mamma scellerata e si accapiglia con la collega che diventa appuntita e nervosa.
La stessa collega nella successiva telefonata a me, mi intima di prendere le sue difese quando la mamma verrà a discuterne con me, e....di non fare la GATTAMORTA.
(il fatto che io debba risolvere le beghe anche dei diverbi avvenuti quando non ci sono la dice lunga..). Chiudo la comunicazione e torno alle mie faccende ma questa parola, "gattamorta", continua a ronzarmi nelle orecchie.
Come un insulto pesante.
Come un "ehitupiccolastronza" berciato a due centimetri dal naso.
Suona come "ma lo sai che non capisci niente e tutti ti mettono i piedi in testa e tu abbozzi e sei solo una leccaculo capace di far moine".
Tutto in quella parola "gattamorta".
Orbene. Io non sono una gattamorta.
E' vero, odio litigare, proprio non è nelle mie corde, preferisco discutere e vedere le cose da tutti i punti di vista possibili, est, ovest, sud, nord, sopra, di fianco, e poi magari anche attraverso uno specchio per essere sicura di non dire assurdità. E odio chi dice le cose alla leggera, tanto per dire, perchè è arrabbiato, e chi perde il controllo. Forse magari perchè io non sono in grado di perderlo. Magari dentro mi implodono per il nervoso muscoli e ossa ma tratto una lite in modo clinico, gelidamente.
Arrivo a scuola il giorno dopo e attendo la collerica-collega con tatuato in fronte "bruttastronzaputtanavaffanculo" ed invece l'aspetto sulla porta della classe e l'apostrofo con "Sai!"
proprio così..sai..
"Gattamorta non l'ho proprio gradito".
Gradito.
Ma si può usare certe parole?
E poi la sgrido placidamente per come ha gestito la situazione e lei si fa terrea e lo so che questa mia freddezza viene scambiata per teatrale superiorità, per alterigia, ma mica lo faccio apposta. Chiede scusa. Mi si cancella il tatuaggio dalla fronte ma mi rimane un livore plumbeo e tutto piemontese, che d'ora in poi anche mi apparisse carica di diamanti, buona e dolcissima, se anche mi salvasse la vita dalle sabbie mobili, nulla servirebbe a riabilitarla ai miei occhi di vetro. Va così. Amore o odio. Per pochi, chè la maggior parte della gente poi nemmeno la vedo. Magari su sta cosa dovrei lavorarci un po' su.
Magari tirare qualche piatto in giro o fare di corsa tutta la collina invece di trincerarmi dentro le mie serafiche buone maniere. Comunque.
La mamma adirata l'avrei placata subito dopo, le ho offerto comprensione, le ho detto che però anche lei ha esagerato e alla fine ha chiesto scusa anche lei.
Vabbè.
Dunque.
Fondamentalmente il problema è che più che arrabbiarmi per un sopruso, ci rimango male. Perchè di sopruso si tratta. Io alla collerica ho sempre offerto qualcosa in più del rapporto da colleghe, giacchè la mia scuola è un lazzaretto e si sono sempre ascoltati i problemi di tutti e a tutti si è offerto orecchie e spalle accoglienti. Specialmente a lei che le è successo di ogni.
Quindi, perchè viene scambiata la mitezza, la calma, e l'accoglienza, per debolezza, qualcosa da bollare con la parola "gattamorta"?
Perchè si sputa sulla mano tesa, su chi ha accettato di fare anche il tuo lavoro quando vabbè non eri in vena, e magari non avevo voglia di sopportare le sue menate ma mi sono messa da parte e l'ho fatto lo stesso. Ed ora appena vieni punto sul vivo, appena ti pizzicano, sputi il tuo povero deprecabile veleno su chi scambi per privo di polso, solo perchè paziente e diplomatico.
A voi la sentenza.







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Postato alle 09:54 di mercoledì, 11 novembre 2009
da: [Sinforosa72]

novembreNovembre non mi avrà.

Basta con ricorrenze e feste di spettri, basta con anniversari che solo io ricordo. Giro gli almanacchi contro il muro, che se la vedano da soli.

Novembre non mi avrà stavolta, nessun tributo di lacrime, solo brina come farina sui prati, novembre mese qualunque, ammasso di giorni brevi e freddi, uguali a quelli prima e a quelli dopo, che avrà mai per spaventarmi tanto, novembre non mi avrà lo prometto.

Niente fotografie da guardare, niente lettere, niente pensieri, niente sogni, basta, ho ricordato abbastanza, siamo già quasi a metà, vado avanti.

Novembre mi trascorre addosso.


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Postato alle 17:28 di mercoledì, 04 novembre 2009
da: [Sinforosa72]
burattinaioRequiem per il burattinaio

Non credevo più molto all'amore.
Il fatto è che me ne aveva raccontate tante e si era presentato molte volte e con un volto sempre diverso, avevo provato a cascarci ma non è facile fidarsi del proprio cuore quando chiama amore occhi sempre diversi. Mi aveva sempre fregato, baci che diventavano bolle di sapone e lune di collina che voltavano improvvisamente le spalle.
Si può amare una volta sola e se finisce è perchè non era amore.
A me non era toccato, forse non c'ero tagliata, forse non è per tutti.
Bisogna essere capaci di abbattere con fierezza i muri che per tutta la vita si sono costruiti con impegno, invece io, alla fine di ogni giornata, mi rimettevo lì, seduta per terra, mattone per mattone di gelatina rossa, a rifarlo più alto di prima, come Penelope ricamavo il mio muro di terracotta e usavo malta resistente, parole di cemento con cui imbellettarmi il viso per uscire di nuovo, un'altra sera, con un uomo diverso a vedere se è quello a cui poter appartenere.
Bisognerebbe ammazzare il burattinaio che c'è dentro di noi, che ci muove i gesti e ci detta le parole, improvvisamente più nessun copione, nessuna traccia di noi già tracciata, lasciare che le parole diventino colla che ci unisce agli altri, e lasciare che le braccia abbraccino che è quello per cui sono state inventate.
Questo pensavo mentre ero con lui e lui guidava e la strada ci portava sempre più nel fondo della notte, la città in lontananza era una conca di luci piccole e il freddo fuori non poteva arrivare a gelarmi le mani.
La mia mente sempre più frenetica calcolava la distanza tra le nostre ginocchia, il calore sviluppato dal prossimo intreccio delle nostre dita, e i miei occhi guardavano altrove e indietro come appannati finestrini sul buio.
Poi all'improvviso mi trovai senza vestiti e come se lui avesse avuto mani invisibili che arpionavano la mia parte invisibile, quella cioè che stava già scappando, forse la mia ombra refrattaria, e la stringesse forte e in un attimo me la ricucisse addosso.
Fu come se avessi di nuovo tutta me stessa, lì tra le sue braccia e il solito muro per una volta era un tappeto rosso su cui rotolare giocando a scoprirsi.
E attraverso di lui non avevo più paura di niente, la mia pelle mi pareva bella sotto le sue dita, nei suoi occhi il mio corpo era morbido e pieno di luce e sapeva accogliere.
Ed ora certo sono in grado di ricordarlo e me lo tengo stretto quel momento sospeso tra tutti i possibili momenti, ma mentre ero lì, disegnata dai suoi baci, feci saltare per aria tutti i calcoli e i mulinelli del mio cervello, ed esistevo solamente, respiro, fiato sui vetri, battiti d'anima a martellarmi dentro, ali nella pancia.
Solo questo conta, non so quanto durerà e se sarà in grado di cambiarmi, se saprò incastrarmi proprio in quell'amore o se sarà un copione qualunque a macerare tra le ortiche, conta solamente che sono stata in grado di provarlo.
Ora so di non essere un pupazzo di legno e chiodi ma di avere in circolo amore globulare e sensazioni nelle vene, colorate.
Dietro la nebbia la luna se la ride avvolgendosi le spalle con la notte.

Dedicato a Sylvie, musa speciale.




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Postato alle 16:56 di mercoledì, 04 novembre 2009
da: [Sinforosa72]
20090909_8892

foto di Michele Rossi

Piccoli fiumi in direzione contraria, acqua in salita sbatte le spalle al muro.
Trasparenze che non sapevo mie.
Argini di parole, talmente fragili, bianco e nero arrugginito.

Ad avere un amico fotografo eh   GRAZIE MIC!!
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Postato alle 10:54 di sabato, 31 ottobre 2009
da: [Sinforosa72]
nebbiaComincia così, con sogni di famiglia, di case e di amori infantili. Comincia con la nebbia che respira. Domani è novembre, eterno e silenzioso, novembre d'ovatta spinosa. Novembre creatore d'acqua,
Il cielo è lontanissimo, così bianco e tremante, la nebbia ammorbidisce i contorni e li lascia sfumare, l'orizzonte è vicino e pieno d'inganni, la nebbia tramuta le cose in quello che lei vuole, ha mani fredde e bagnate, si appiccica agli occhi e alle labbra, e chiede il suo tributo ogni anno, chiede la sua esistenza al posto di un po' della nostra.
La nebbia madre, adunca e sottile, malnati noi figli disadorni d'amore, proni nei campi a guardarla sorgere e divenire.
Nebbia nostra amante.

foto da web

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Postato alle 13:36 di mercoledì, 28 ottobre 2009
da: [Sinforosa72]
tortaDomani è il mio compleanno.

Siamo a quota 36, e tutto va bene.

non si può dire che sia giovane, ma nemmeno che sia vecchia, non sono nè carne nè pesce in buona sostanza. Come alle medie!



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Postato alle 09:09 di mercoledì, 21 ottobre 2009
da: [Sinforosa72]
cattelanSi chiamava Angela. Più o meno.
Sono passati molti anni, ora lei dovrebbe averne 21 e chissà che donna è diventata.
Allora ne aveva undici e io mi dovevo occupare di lei. Era il mio primo incarico, non ne sapevo niente, non ero davvero capace, arrivai in quella piccola città e dietro una porta bianca senza vetri c'era Angela e il suo mondo storto. Avrei dovuto essere la sua maestra di sostegno ed invece diventai il suo unico legame con la realtà, le altre insegnanti non ci volevano, nè me, la maestra alle prime armi imbranata, nè lei la bambina che dava fastidio e ci relegavano in una stanza e stavamo insieme e sole, tutto il tempo. Nulla in lei non andava, non aveva nessuna patologia, semplicemente rifiutava se stessa e il mondo, viveva come se fosse sempre piccola, forse nell'illusione che la sua mamma ritornasse. Sua madre l'aveva avuta molto presto e forse lei non ne sapeva niente di figlie, forse non era capace, e un bel giorno o un brutto giorno o un giorno qualsiasi, se ne andò lasciandola dietro, e dopo si risposò ed ebbe altri figli tutto nella stessa cittadina, solo un po' più in là, qualche altra via sotto lo stesso cielo e un'altra casa, e Angela a volte la incontrava magari al mercato, e la seguiva per un po' di passi, indovinava il ritmo della sua camminata, cercava di farsi arrivare nelle narici e dentro fino al cervello un po' del suo odore e quando non resisteva le correva incontro e la tirava per il cappotto nella speranza di essere riconosciuta, di essere vista. Ma sua madre la scacciava come fosse una mosca e proseguiva in un'altra direzione.
Questo Angela non me lo raccontava, Angela non mi voleva come non voleva nessuno, non voleva amare nessun essere umano poi destinato ad andarsene, non aveva intenzione di creare nessun tipo di rapporto. E giocava a torturarmi, si leccava le dita delle mani e poi mi toccava, urlava forte negli angoli della stanza, si rotolava sotto tutti i tavoli. E parlava di sesso e mi faceva delle domande e poi saltava sulla sedia felice del mio imbarazzo, con i capelli negli occhi.
E rideva spesso, sgangherata, con i suoi denti minuscoli come quelli delle bambole e tutti marci.
Non sapeva nè leggere nè scrivere.
A volte parlavamo con le sillabe, a volte non voleva parlare e piangeva.
E piangevo anche io, ma senza farmi vedere, chiamavo la bidella, dicevo che dovevo andare in bagno e poi piangevo d'impotenza, rauca e disfatta, piangevo per non saper aiutare nessuna di noi due.
E mi odiavo perchè non riuscivo ad amarla, perchè soffrivo come una bestia lo star lì con lei, perchè non sopportavo il suo odore e non ero capace di sfondare i muri pieni di cocci di vetro che ogni giorno lei mi costruiva un po' più alti.
Cercavo di semplificare il mondo per lei, di renderlo una scatola piccola e maneggevole.
In tutto l'anno che rimasi con lei non riuscii ad insegnarle nulla, non era in grado di apprendere nemmeno piccole cose, nemmeno cose facili, ma a volte la convincevo a lavarsi, e allora cercavamo un bagno appartato, magari all'ultimo piano, mentre i suoi compagni facevano lezione, e lei allora mi faceva dispetti e mi schizzava e bagnava dappertutto ma alla fine il suo viso tornava bello, e quasi quasi poi era contenta anche lei.
Alla fine dell'anno non mi odiava più e mi chiedeva continuamente se l'anno seguente sarei tornata, dimenticammo i libri e i tentativi di studiare, ma mi parlava un pochino,e soprattutto mi faceva parlare per ore di mia figlia, voleva sapere cosa facevo per lei, come la lavavo, come le davo da mangiare, come la mettevo a letto, e si inteneriva, faceva disegni da regalarle. E Angela disegnava molto bene, era l'unica cosa che voleva fare.
A volte io le facevo qualche carezza, sui capelli, e le dicevo che era una bella bambina e lei muoveva gli occhi e si vedeva che era contenta.
Arrivò il compleanno di Angela e lei era così orgogliosa, suo papà portò della focaccia, l'aveva comprata nella panetteria all'angolo ed aveva una bella confezione rosa, con le scritte dorate, ma i suoi compagni, che Angela non vedeva mai perchè le maestre la costringevano a stare solo con me, ma che la fuggivano anche durante l'intervallo, cominciarono a parlottare tra di loro. Forse temevano che il cibo per festeggiare Angela l'avesse cucinato sua zia, quella che avevano visto fuori da scuola,rossa in viso e che vestiva da barbona. Si alzarono le mani, una dopo l'altra, "maestre non la vogliamo, siamo allergiche alla focaccia", risate dal fondo dell'aula.
Angela dal suo banco, quello che in realtà non usava mai, mi guardava, gli occhi le tremavano.
Non aspettai che si mettesse a piangere, presi il pacchetto rosa e dorato e la sua manina e ce ne andammo nella nostra stanza dietro la porta bianca.
Chiamammo le bidelle, le altre maestre di sostegno con i loro bimbi strambi ognuno a modo suo, e facemmo la nostra festa, ci ingozzammo di focaccia e tutti erano felici, e per una volta niente stare costretta seduta davanti alle sillabe di la-na e pa-ne e me-la. Niente, solo la sua festa. Undici anni. Angela.
Chiamava "mamma" la zia che si occupava di lei e che beveva come una spugna e a volte non era in grado di arrivare alla fine della giornata, e compativa un po' il suo papà disgraziato che lavorava come un mulo e non capiva nulla di quello che gli era capitato, metteva solamente un giorno in fila all'altro e alla fine del mese voltava pagina del suo calendario per ricominciare da capo. Alla fine seppi tutta la storia e volevo solo scappare lontano da tutti loro, e successe così, finì l'anno e io lasciai lì la mia pelle, come un serpente maldestro, e mi ritrovai altrove, nella mia vita, lontana e diversa, e Angela la dimenticai. Più o meno. Ma non ne volli più sapere niente.
Non tornai a prendere la mia pelle, e chissà se ha perdonato il mio piccolo abbandono, quello che capitava ogni anno con tutte le maestre supplenti, e se avrà imparato a leggere e se qualcuno l'avrà un po' abbracciata.
Angela. Più o meno.

la scultura è di Maurizio Cattelan "Charlie don't surf"

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Postato alle 15:11 di venerdì, 16 ottobre 2009
da: [Sinforosa72]
Va così.
Una giornata scritta a macchina, una giornata su carta di giornale.
Che poi di bello c'è anche da aspettare, arriva "Abbracci spezzati" di Almodovar al cinema, e la prossima settimana ho libere le mattine per gironzolare con la mia amica senza meta. Non avere meta, non avere niente in realtà da fare, solo sapere che lei c'è e mi conosce e se non mi conosce, abbozza. Si comporta come se mi conoscesse.
Comunque nelle amicizie nuove non credo granchè, sono stata ben fregata. Essere stati insieme quando si era puri e semplici ha un significato, ora siamo tutti così sfilacciati che non si riesce più.
E la stagione sta digrignando i denti, il freddo alla mattina morde la faccia, e mi si aprono le dita delle mani e le labbra, nonostante i chili di crema spesi sopra.
Sono anche abbastanza magra, questo mi fa contenta ma poi.
Oggi a ben vedere mi stanno bene anche i capelli, sono come Sansone, se mi stanno bene i capelli il mondo gira subito un po' meno veloce.
Ho tenuto in braccio ieri e oggi Matteo, che ha una testa rotonda come una palla, una palla calda, mette il naso nel collo e piange la sua mamma a più non posso, ma più lo si tiene dondolando e più piange debolmente, finchè smette e dice che ha sonno.
Due anni e mezzo. Sono i migliori. E' tutto affetto accumulato, ne faccio scorta per quando ne ho bisogno, questo lavoro non lo lascerei per niente al mondo, colmo le mie voragini colmando le loro.
Oggi va così, nessun pensiero riesco a tenerlo per molto tempo, se ne vanno via in fretta, ho solo nostalgia indistinta, voglia di stare al caldo, magari mi faccio un tè. Magari comincio un libro nuovo. Magari scrivo a Marco. Magari sto un po' invecchiando, in prossimità del mio compleanno mi vengono sempre in mente bilanci e previsioni. E sono stata tanto con Matilde e le confidenze fatte a quell'età in cui la mamma sembra vecchissima e distante, hanno un valore particolare. E lei mi piace da morire, mi piace com'è cresciuta e il suo aspetto e i suoi occhi, e l'odore che ha. Ma tutto questo in effetti anche quand'era piccola, mi piace come pensa e il suo sguardo critico su tutte e le cose e i suoi valori. Mi piace il suo umorismo.
Nessun bene può essere maggiore.
E non mi piacciono le castagne e in questi giorni ce n'è dappertutto.
Mangiare dovrei mangiare in modo più umano, ma non ne sono ancora capace.
E mi piacciono quelle vide adulte, in cui le donne ricevono fiori e si mettono i tacchi e si sanno truccare.
Io mi sento sempre una bambina scema, ma cominciano le rughe un po' ad intaccare la mia faccia da bambolina che non riesce a farsi donna.
Diventerò una vecchia senza essere riuscita a fare la donna, ci vuole del talento.
Tutto quel modo di essere seducente. Il profumo per esempio. Io so di borotalco. Come i neonati.
Si può?!
E poi mi struggono certi nonni che trovo fuori da scuola, il nonno Elio perchè proprio lo chiamo così, come mio padre, si lasciano chiamare "nonni" come quando c'erano i loro nipoti a scuola da me e adesso ormai sono alle medie, e loro mi chiamano sempre maestra. Lui è il mio preferito, perchè è distinto, educato, ma nonno sempre. E sorridente.
Dovrei tornare agli amici immaginari come quando ero piccola, tenevano grande compagnia e davano buoni consigli, come il grillo parlante, e poi dovrei affrontare tutte le teste di rapa e dirglielo, "sei un immenso gadano", farglielo sapere, toglierebbe un bel peso.
Mi sento sempre come se fossi intasata, anche se prendo lo jogurt magro al bifidus attivo tutti i giorni, sono ingolfata nei sentimenti, ho sempre un grande casino dentro. Ma poi mi guardo attorno e vedo che gli altri al limite lo sono anche di più magari senza saperlo, almeno io lo so e lo vedo, vedo i limiti di tutte le cose e provo a saltare per superarli.
Il colore delle zucche è molto bello, ma il loro sapore dolciastro sa un po' di morto.
Vento a piccole dosi è bello, quando ti senti portare via comincia a dare fastidio.
Cerco la mamma ovunque, persino nei fondi di caffè, ma tutto tace, cerco qualcuno che si offra a tenermi la mano quando ho la gastrite, come faceva lei o che si sorbisca sguardi acquosi, senza ricevere in cambio spiegazioni.
Ecco.
Scriverò a Babbo Natale, alla Befana e al Coniglio Pasquale, vediamo se trovano qualcosa.
Salut.









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