"Ingrid mi fai impazzire"
Nel traffico vicino al mare, la testa piena di pensieri da casco, come le api delle giostrine dei bambini, tutti appesi tra i capelli e la visiera, in mezzo agli occhi.
Il vento mi strisciava sul viso, vento fatto di sale.
La moto andava da sola e io mi aggrappavo a ciò che vedevo, Genova ai lati della strada apriva le sue ali di cemento e di pietra e si lasciava spalancare.
Non avevo nessun posto dove andare, niente da sapere o da raggiungere, andavo avanti e indietro lungo la strada, Genova lingua che non smette di parlare, muri vicini e zampe di gatto, manifesti pubblicitari, brandelli di foto di modelle aggressive. Luci anche di giorno.
Niente fame, sempre così avanti e indietro, lo stomaco pieno di odori, olio di porto, asfalto che vibra di luce piatta, Genova mi guarda ma mi lascia andare, sono io che l'aspetto e la frugo. Nei buchi di tutte le serrature, in fondo ai tombini, accatastata su se stessa, il vecchio sopra il nuovo, traballano i tavolini e le gambe sotto, pietre in fila. Guardo Genova e lei si stanca mi chiude in faccia le sue persiane, Genova srotolata, tappeto magico che riempie le mie giornate.
Genova è piena di scritte, tatuaggi di protesta e d'amore, su una via laterale, su un palazzo nudo, senza stucco, intonaco chiaro, il cuore si paralizza.
"Ingrid mi fai impazzire".
Fui costretto a fermarmi, forse volevo solo un pretesto per smettere di correre, trovare un motivo. Una scritta di vernice nera, con intorno segni di tuono, esclamazioni, un amore imperioso, volitivo. Un amore sensuale e ricambiato, ma pieno di minaccia, geloso.
Dovevo respirare.
Mi avvicinai, il muro caldo di sole ci misi sopra le mani. Forse mi aspettavo che mi attraversasse l'energia di chi l'aveva scritto, forse cercavo un riflesso di quell'amore, forse cercavo l'immagine di Ingrid. Sensuale, spettinata. Il suo cuore che batte, sotto le mie dita. La sua pelle. Ingrid che si muove tra lenzuola bianche, il suo petto di farfalla, Ingrid languida che apre una finestra e respira la mia stessa città.
Avrei potuto andarmene, salire sulla moto, lasciarmi disperdere e poi entrare in un portone, togliermi le scarpe, mettermi a urlare, magari ero ancora in tempo. Magari no. Ingrid esisteva, qualcun altro l'amava e accarezzava il suo corpo e aveva voluto dimostrarglielo divorando un muro di Genova con le sue parole. E io non ero niente al confronto, ero solo uno spettatore, uno più attento degli altri che si era accorto di loro ma non poteva certo farne parte.
Un povero illuso insomma, era tutto talmente assurdo che mi veniva da piangere, nessuna luna sarebbe stata disposta ad accogliere il mio senno.
Avrei aspettato, magari lui sarebbe venuto per guardare la scritta o per scrivere ancora e io l'avrei seguito e magari di sfuggita avrei sentito il profumo di Ingrid che di sicuro quell'uomo si portava addosso come una seconda pelle. O forse sarebbe venuta Ingrid per scrivere una risposta o solo per ammirare la sua frase d'amore, per sentirsi desiderata e lasciarsi accarezzare dalle parole nere e io avrei potuto guardarla negli occhi, raccontarle di un sogno fatto da bambino, regalarle un fiore qualsiasi o un gelato, avrei potuto darle un biglietto o allacciarla alla vita e farla salire sulla moto, non lasciarla più, cantare per lei le storie afone delle conchiglie, farle l'amore, ascoltarla dormire appollaiato tra i suoi sogni.
Aspettai un giorno e una notte, seduto contro il muro nel viavai delle persone, a guardare i passi di tutti fino all'angolo, tutti avrebbero potuto essere Ingrid, gonne leggere nel vento, pantaloni a fiori.
Ingrid mi svegliò la mattina dopo, abitava nel palazzo di fronte e aveva visto dalla sua finestra che ero stato lì tutta la notte, mi portò la focaccia e un thermos di caffè, l'odore di buono mi fece bene. Ingrid era davvero bellissima, piccola e con la pelle segnata da una bella vita, bei capelli bianchi lunghi fino alle spalle, una perla ad un orecchio e un delfino d'oro dall'altra parte.
Aveva 83 anni e un sorriso lieve. Mi feci raccontare tutta la storia tenendole la mano, tornavo bambino. Lei non mi fece molte domande, si vedeva che le piaceva raccontare quell'amore, che finì presto, finì subito, una stagione persa per sempre e questo mi fece precipitare il cuore, diventai di gelatina. Ma la scritta non se ne andò mai, dopo mezzo secolo di pioggia e di sole, dopo infiniti temporali, sempre lì a ricordarle chi l'aveva amata e l'aveva tenuta stretta a sè. Poi se ne andò rapida, attraversò la strada e sparì nel suo portone, un saluto con la mano, un po' di commozione forse.
Appoggiai le labbra al muro e ne trattenni il calore.
il quadro: Alessandro Papetti "Il ventre della città"
Le rose sono solo "arwey"*e anche io...
Le rose, un tempo non mi piacevano, i miei vicini di casa coltivavano solo rose e io mi chiedevo se, con tutti i fiori del mondo, possibile che non avessere voglia di sperimentarne altri nel loro giardino? Invece ora ne vorrei piantare anche nei ritagli di terra, ne possiedo di tutti i tipi e di tutte le specie. Il perchè è molto semplice, hanno il loro carattere le rose, sono belle e complesse, hanno mille strati e un cuore nascosto, ma alla fine non sono altro che arwey o rovi insomma. Alle rose puoi fare qualunque cosa che loro buttano sempre fuori germogli, tartassale di pioggia, grandine o di sole a picco e loro tah-da altra fogliolina, altro bocciolo. Potature a casaccio perchè io sono una principiante, vermetti verdi che si mangiano le foglie più tenere, pidocchi, prendono qualunque cosa, e fioriscono lo stesso, irte di spine. Io mi sento così dopotutto, un arbusto, una teppa di fiume ma dall'aspetto coltivato, oppure una persona ricca di pieghe, profonda ma che sotto sotto non è altro che una spinosa creatura, posso tagliare tutti i rami in ogni stagione ed ecco che me ne creo altri, ancora più articolati, ancora più complessi. Una Sinforosa precisamente. A me piace andare lì vicino con la cesta e le cesoie, mi piace guardare i petali che cadono finchè resta lo scheletro del fiore e poi reciderlo, e vedere due giorni esatti dopo il nuovo che viene, il nuovo che si prende il posto che gli spetta. Le tocco sempre senza guanti e mi graffio va bene così, se non bado troppo alle spine, le spine stanno attente a non ferirmi troppo, se invece faccio gimcana tra le foglie arrivo in fondo con scie di sangue sulel dita. Bisogna fidarsi di loro. La mia preferita al momento è l'ultima arrivata, fragilissima, con il legno ancora tenero e molle, giallo limone, proprio davanti alla porta sul retro della casa..ma la regina indiscussa di tutte le rose ce l'ho nel vialetto ed è rosso porpora, era già qua prima di me, ha un vero tronco che sorregge mille rami grossi come braccia, incolume passa attraverso gli strali dell'inverno, attraverso sibili di caldo, e fiorisce per me soltanto.
*arwey: rovi piccoli
gurey: rovi grandi ovviamente credo che la scrittura corretta non sia così americanizzata, ma pazienza, io me li immagino scritti così.
ah la foto dimenticavo, la foto non c'entra moltissimo o magari sì, nella mia mente funziona. E' un ritaglio di statua di Adolfo Wildt e c'entra sempre.